Viviamo tutti su un puntino azzurro

14 Febbraio 1990: la sonda Voyager 1 fotografa la Terra da una distanza di oltre 6 miliardi di chilometri. Il discorso di Carl Sagan sull’immagine del Pale Blue Dot resta tutt’oggi una delle più belle riflessioni sull’umanità.

NASA / JPL

Chi non conosce la storia di quest’immagine, forse si starà chiedendo che cos’abbia di speciale una fotografia sgranata, troppo scura, schiarita a malapena da qualche fascio colorato.
In questo caso non è tanto importante ciò che vediamo, ma capire che cosa stiamo guardando. 

Osservando bene, si nota un minuscolo dettaglio. Seguendo la striatura più chiara, lo sguardo si sofferma su un puntino azzurro.
Potrebbe sembrare pulviscolo sull’obiettivo, ma non è così. Quel puntino è la Terra.
Ecco come appare il nostro pianeta da una distanza di oltre 6 miliardi di chilometri.

Breve storia di un puntino azzurro

Questa fotografia, ribattezzata Pale Blue Dot (letteralmente, puntino blu pallido), fu scattata il 14 febbraio 1990 dalla sonda Voyager 1.

L’idea di immortalare un ritratto della Terra da così distante era nata in realtà dieci anni prima, sotto suggerimento del famoso astronomo e divulgatore scientifico statunitense Carl Sagan.
Dieci anni per una fotografia sembrano un’eternità, ma Voyager era stata concepita per tutt’altro scopo.

Nel 1977 partirono da Cape Canaveral due missioni Voyager. Il loro compito era di raccogliere nuovi dati e immagini ravvicinate dei pianeti più distanti del Sistema Solare: la Voyager 1 avrebbe sorvolato Giove, Saturno e la sua luna Titano; mentre per la Voyager 2 era previsto un incontro ravvicinato con Giove, Saturno, Urano e Nettuno.
Entrambe le missioni furono un successo* e una volta concluse, per le due sonde non era stata pianificata alcuna ulteriore attività, se non quella di proseguire la loro traiettoria nello spazio e restituirci i dati rilevati durante il percorso – come continuano a fare ancora oggi.

Nel febbraio 1990 la Voyager 1 era ormai giunta ai confini del Sistema Solare, e finalmente la NASA avrebbe potuto realizzare il desiderio del Prof. Sagan.
In quel momento la sonda era così distante che una volta puntata verso la Terra (e per forza di cose, anche verso il Sole) non avrebbe più corso il rischio di ritrovarsi con la strumentazione di bordo bruciata dalla luce solare.
E in ogni caso, se anche la fotocamera fosse stata distrutta dal bagliore del Sole, le missioni principali erano già concluse da tempo e non ci sarebbero state gravi conseguenze. Valeva la pena tentare.
Tutte le persone coinvolte nel progetto erano consapevoli che quegli scatti sarebbero stati di poco rilievo scientifico, ma certamente di grande impatto emotivo.


* Guardate qui! Tenete presente che sono immagini scattate tra il 1979 e il 1990 con mezzi e tecnologie dell’epoca.

Il pensiero di Carl Sagan

Vedere la Terra occupare meno di un pixel nel buio cosmico, illuminata dal riflesso di un raggio di sole, è sufficiente a sollevare infinite domande sul nostro posto nell’universo.
Carl Sagan ha scritto qualcosa di molto speciale a riguardo, che voglio condividere con la speranza che susciti le stesse emozioni che ho provato io leggendo queste frasi per la prima volta.
Per me, è la riflessione sull’umanità più profonda e commovente che esista.


Da questo distante punto di osservazione, la Terra può non sembrare di particolare interesse. Ma per noi, è diverso. Guardate ancora quel puntino. È qui. È casa. È noi. Su di esso, tutti coloro che amate, tutti coloro che conoscete, tutti coloro di cui avete mai sentito parlare, ogni essere umano che sia mai esistito, hanno vissuto la propria vita. L’insieme delle nostre gioie e dolori, migliaia di religioni, ideologie e dottrine economiche, così sicure di sé, ogni cacciatore e raccoglitore, ogni eroe e codardo, ogni creatore e distruttore di civiltà, ogni re e plebeo, ogni giovane coppia innamorata, ogni madre e padre, figlio speranzoso, inventore ed esploratore, ogni predicatore di moralità, ogni politico corrotto, ogni “superstar”, ogni “comandante supremo”, ogni santo e peccatore nella storia della nostra specie è vissuto lì, su un minuscolo granello di polvere sospeso in un raggio di sole. La Terra è un piccolissimo palco in una vasta arena cosmica.

Pensate ai fiumi di sangue versati da tutti quei generali e imperatori affinché, nella gloria e nel trionfo, potessero diventare per un momento padroni di una frazione di un puntino. Pensate alle crudeltà senza fine inflitte dagli abitanti di un angolo di questo pixel agli abitanti scarsamente distinguibili di qualche altro angolo, quanto frequenti le incomprensioni, quanto smaniosi di uccidersi a vicenda, quanto fervente il loro odio. Le nostre ostentazioni, la nostra immaginaria autostima, l’illusione che noi abbiamo una qualche posizione privilegiata nell’Universo, sono messe in discussione da questo punto di luce pallida. Il nostro pianeta è un granellino solitario nel grande, avvolgente buio cosmico. Nella nostra oscurità, in tutta questa vastità, non c’è alcuna indicazione che possa giungere aiuto da qualche altra parte per salvarci da noi stessi.

La Terra è, fino ad ora, l’unico mondo conosciuto che possa ospitare la vita. Non c’è altro posto, per lo meno nel futuro prossimo, dove la nostra specie possa migrare. Visitare, sì. Colonizzare, non ancora.
Che ci piaccia o meno, per il momento la Terra è dove ci giochiamo le nostre carte. È stato detto che l’astronomia è un’esperienza di umiltà e che forma il carattere. Non c’è forse migliore dimostrazione della follia delle vanità umane che questa distante immagine del nostro minuscolo mondo. Per me, sottolinea la nostra responsabilità di occuparci più gentilmente l’uno dell’altro, e di preservare e proteggere il puntino azzurro, l’unica casa che abbiamo mai conosciuto.

– Carl Sagan (1934-1996), Introduzione a Pale Blue Dot: A Vision of the Human Future in Space


Mi chiedo se l’umanità vedrà mai un futuro in cui queste riflessioni sembreranno superate.
Quanto tempo dovrà passare ancora, prima che i discorsi sulla violenza ci sembrino appartenere ad un passato di barbarie che non esiste più?
E chissà se prima o poi la sua definizione di ‘unico pianeta ad ospitare la vita’ arriverà ad essere obsoleta.

Per il momento, però, dovremmo cercare di cogliere l’invito a prenderci cura dell’unico puntino di universo che ospita l’umanità intera.

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