2001: Odissea nello Spazio è pura fantascienza

2001: Odissea nello Spazio non è un film che piace a tutti.
Non piacerà mai a chi vede il cinema come puro intrattenimento senza pretese.
Forse non piacerà nemmeno a chi non ama la fantascienza.
Chi detesta i film lenti lo riterrà incredibilmente noioso.
Ma chi, come me, non riesce a smettere di interrogarsi sul passato e futuro di noi esseri umani, amerà 2001 tanto quanto lo amo io.

Molti film hanno resistito alla prova del tempo, ma pochissimi vengono ricordati a 50 anni di distanza dalla loro uscita. Certo è che, quando un’opera d’arte è attuale ieri come oggi, vale la pena celebrarla.

Avevo in mente da un po’ di riordinare le mie riflessioni su 2001, così ho voluto cogliere l’occasione del suo cinquantesimo compleanno per farlo.
So bene di essere un po’ in ritardo rispetto ai festeggiamenti di fine primavera (intendo la proiezione al cinema del 4 e 5 giugno, poi replicata il 19 e 20 giugno), ma 2001 ha la peculiarità di essere un film così profondo che non smetteremo mai di parlarne. Scommetto che nel 2068 tornerà in sala per i suoi 100 anni.


 – Allarme spoiler! –
In questo articolo parlerò principalmente dell’opera cinematografica di Stanley Kubrick, aggiungendo qualche confronto con il romanzo di Arthur C. Clarke da cui è (solo parzialmente) tratto il film.
Consiglio vivamente di godersi entrambi prima di proseguire con la lettura del post.


Le 2001 interpretazioni di 2001

È raro che io riguardi lo stesso film più volte, ma per 2001: Odissea nello Spazio ho fatto un’eccezione. Anzi, 2001 proprio non è da vedere una volta e basta, perché di questo film si può dire qualsiasi cosa, ma non che sia di immediata comprensione.

Se qualcuno capisce il film alla prima visione, allora abbiamo fallito nel nostro intento.
– Arthur C. Clarke

Il film lascia le porte aperte a così tante interpretazioni che lo stesso Kubrick è sempre stato restio a svelare il significato della sua opera, a parte forse in questa occasione.
Su 2001 è stato detto e scritto tanto, ma credo che ogni singolo spettatore possa darne la propria versione e risultare comunque plausibile.
Ogni volta che lo riguardo, la mia mente si apre un po’ di più e si arricchisce di nuove riflessioni, come solo le migliori opere di fantascienza riescono a fare.

La fantascienza di 2001

Uno dei motivi per cui amo 2001: Odissea nello Spazio è che amo la fantascienza.
E la adoro per una ragione precisa: trattando il futuro (e il passato) delle nostre vite a contatto con altri esseri, mondi o tecnologie, è il genere che più riesce a farmi riflettere sulla nostra condizione di creature senzienti.
C’è sempre qualche importante concetto filosofico che viene affrontato con il pretesto di altri spazi e tempi, e in 2001 ci sono molti dei grandi temi fantascientifici: il viaggio e la vita nello spazio; il contatto con gli alieni; l’intelligenza artificiale analizzata in tutte le sue potenzialità di aiuto, minaccia e vita in se stessa – giusto per citare i principali.
Vediamoli nel dettaglio.

Viaggiare nello spazio

Ormai ho perso il conto di tutte le volte che ho guardato e riguardato spezzoni di 2001, solo per potermi illudere di essere a bordo di un’astronave.

Per me, le prime scene nello spazio sono pura poesia.
La stazione spaziale che volteggia vicino alla Terra; la danza dello shuttle mentre si allinea con l’ingresso della stazione in un moto perfettamente sincronizzato… L’intera sequenza è un piacere per gli occhi.
I movimenti dei veicoli artificiali sembrano addirittura in armonia con i corpi celesti, come se anche navicelle e stazioni spaziali fossero satelliti naturali al cospetto delle leggi fisiche.

Le navette spaziali

Secondo Kubrick, il viaggio nello spazio è una questione di dettagli.
La prima scena all’interno di un veicolo spaziale si apre con una penna che fluttua dolcemente in aria, e riusciamo a scorgere un solo passeggero a bordo – il suo braccio ondeggia su e giù mentre sonnecchia.
Si capisce subito che non siamo su un normale volo di linea.
A parte l’unico ospite (che più tardi scopriremo essere il Dr Floyd), a bordo incontriamo soltanto un’assistente di volo, nonostante i numerosi posti per i passeggeri.
Si può intendere che i voli verso la stazione spaziale siano paragonabili ad una tratta poco frequentata – come se nel 2001 viaggiare nello spazio fosse non solo la normalità, ma anche di poco interesse alla maggior parte dei terrestri. Oppure, ancora un privilegio per pochi eletti.

L’unico passeggero dello shuttle è il Dr. Floyd. // L’hostess raccoglie una penna che fluttua in assenza di gravità.

La stessa situazione si ripete mentre il Dr Floyd è in viaggio verso la base lunare Clavius: data la segretezza della missione, anche in questo caso viaggia accompagnato dal solo personale di bordo.
Kubrick non perde occasione di mostrarci minuziosamente come potrebbe essere un comune volo dalla stazione spaziale alla Luna, prendendo in considerazione sia le avventure in assenza di peso, sia gli aspetti più tecnici della navicella.

Assistente di volo in assenza di gravità e pilota sul Moon shuttle.

Inoltre, sembra che l’aspetto dei velivoli sia stato scelto con una certa cura: se ci facciamo caso, la navicella che parte dalla Terra è affusolata, mentre quella diretta verso la Luna è tondeggiante.

Shuttle Terra <-> Stazione Spaziale. Notare la forma affusolata.
Shuttle di forma tondeggiante per la tratta Stazione Spaziale <-> Luna

La scelta di mostrare due veicoli spaziali di natura diversa a seconda della tratta da percorrere è stata azzeccata: se lo shuttle della rotta Terra-stazione spaziale deve vincere la gravità e bucare l’atmosfera del nostro pianeta per raggiungere lo spazio, la navetta che fa la spola tra stazione spaziale e base lunare non ha questi problemi.

La stazione spaziale rotante e la base lunare Clavius

Forse sarà complice la bellezza delle immagini in sé, ma la stazione spaziale rotante di 2001, secondo me, è assolutamente credibile. È un’opera mastodontica ed evidentemente non ancora conclusa, a giudicare dai vuoti di una delle due strutture circolari.
Sarà per questo che la prima sequenza nello spazio fa ancora parte della sezione “L’Alba dell’Uomo”, come se i primi passi verso l’esplorazione del cosmo fossero più vicini al nostro passato scimmiesco che al futuro?

Stazione spaziale rotante in 2001: Odissea nello Spazio.

L’idea della stazione spaziale rotante non è poi campata in aria, se pensiamo che la NASA ha costruito una centrifuga per ricreare artificialmente la gravità e studiarne gli effetti sulle persone. Se vogliamo rimanere a lungo nello spazio, potremmo aver bisogno di una tecnologia di questo tipo.

Gli interni della stazione appaiono quasi come un comune aeroporto: vediamo i controlli di sicurezza all’arrivo, aree lounge e servizi di ogni genere resi immediatamente riconoscibili da brand già noti al pubblico dell’epoca, come ad esempio Pan Am e Hilton.
La sensazione è di assistere alla naturale evoluzione di quanto stava accadendo in quegli anni: il cielo era diventato accessibile alle masse a partire dalla seconda metà del Novecento e, con la corsa allo spazio in atto nel 1968, perché mai non dovrebbero esserci voli spaziali quotidiani nel 2001?

Un particolare che ho apprezzato è la Howard Johnson’s Earthlight Room (= stanza per la luce terrestre). Il corpo umano soffre se non esposto alla luce solare per un periodo prolungato e, giustamente, qualcuno deve aver pensato fosse un servizio gradito per una buona permanenza sulla stazione spaziale.
In fondo mica si può uscire a prendere un po’ d’aria… E poi, in assenza di atmosfera terrestre, la radiazione spaziale contribuirebbe senz’altro allo sviluppo di tumori di ogni genere – ben oltre la giusta dose di vitamina D richiesta dal nostro organismo.

Picturephone / Howard Johnson’s Earthlight Room

È curioso come nella stessa scena si veda una sala dedicata al ‘picturephone’, che poi il Dr Floyd utilizza per telefonare a sua figlia. Nel 1968 la videochiamata deve essere sembrata fantascienza al pari dei voli quotidiani nello spazio.

Sulla base lunare Clavius vediamo, invece, ambienti totalmente diversi. La struttura si sviluppa in buona parte sotto terra ed è una rappresentazione convincente: la Luna non ha atmosfera e quindi non è schermata dalle radiazioni cosmiche, né da eventuali meteoriti. La costruzione sotterranea garantisce protezione da entrambe queste minacce.

Shuttle in arrivo sulla base Clavius. Il centro operativo è costruito interamente al di sotto della superficie lunare.

A differenza della stazione spaziale, la base lunare Clavius che ci viene mostrata è chiaramente un luogo di incontro per scienziati e addetti ai lavori.

Conferenza segreta del Dr Floyd sulla base lunare Clavius.

L’astronave Discovery One

L’astronave in rotta verso Giove sembra quasi un essere vivente il cui habitat è lo spazio. La vediamo procedere lentamente come una creatura degli abissi nel buio cosmico, illuminata a malapena dal Sole che si sta lasciando alle spalle.

L’Astronave Discovery One nel suo viaggio verso Giove.

A dire il vero, la rappresentazione dello spazio circostante non è accurata, dato che non tutte le stelle apparirebbero ugualmente puntiformi (nemmeno dalla Terra le stelle sembrano tutte uguali) e sono anche molto scarse rispetto alla ricchezza che ci offre il cosmo.

Le stelle visibili dalla Stazione Spaziale Internazionale (quella vera). Credit: NASA

Anche sulla Discovery One è presente una centrifuga che ricrea artificialmente la gravità e permette agli astronauti di vivere in un ambiente in cui possono dormire, mangiare e intrattenersi – oltre ad essere un ottimo espediente per non dover girare troppe scene simulando l’assenza di peso.
Gli interni sono essenziali: tutto è progettato per una funzionalità precisa e niente è superfluo.

Interni dell’astronave Discovery One, con i due astronauti Frank Poole e David Bowman.

Rispetto al nostro attuale avamposto nello spazio, Kubrick è stato sicuramente più ordinato.

Interni della Stazione Spaziale Internazionale con l’astronauta Reid Wiseman a bordo. Credit: NASA

La vita fuori dalla Terra

Sembra che Kubrick abbia voluto rappresentare tutti gli aspetti della vita nello spazio tra rigore e ironia, ingegno e quotidianità.
In un certo senso, è come se ci venisse mostrata la meraviglia della tecnica e al tempo stesso la parte più banale delle nostre vite.

Da un lato, vediamo continuamente schermi con formule matematiche, acronimi indecifrabili, informazioni precise per manovrare al millimetro le navette spaziali… Come se fosse un complesso linguaggio conosciuto contemporaneamente da uomini e computer.
D’altro canto, non manca di raccontarci la vita fuori dalla Terra con un certo sarcasmo: dal vassoio che vola via in un momento di distrazione, alla ‘zero gravity toilet’ con il suo papiro di istruzioni. Perfino gli scienziati a bordo del moonbus, mentre analizzano dati segretissimi, mangiano un tramezzino scherzando sul loro contenuto.

L’ironia della vita oltre la Terra. A volte bisogna acchiappare cibo che svolazza, usare gabinetti a gravità zero, mangiare senza sporcare le prove della vita aliena.

Questo doppio aspetto della vita umana oltre la Terra fa riflettere sulla nostra natura: da una parte, l’intelletto ci spinge a superare limiti apparentemente invalicabili; dall’altra, siamo pur sempre mammiferi con bisogni essenziali da soddisfare per sopravvivere.

L’intelligenza umana

E pensare che inizialmente eravamo solo un agglomerato di cellule sospese nel brodo primordiale.
Si stima che l’uomo abbia mosso i primi passi almeno sette milioni di anni fa, quando il ramo evolutivo umano iniziò a differenziarsi da quello delle scimmie antropomorfe.
Ci sembra un’eternità, ma su scala cosmica è un attimo.
Se condensassimo la storia dell’universo in un anno, l’uomo sarebbe comparso alle 8 di sera del 31 dicembre. Nell’ultimo secondo sarebbe concentrata tutta la storia dalla scoperta dell’America ad oggi.

Kubrick ha colto meravigliosamente questo istante, dimostrando anche qui il suo genio cinematografico.
La prima volta che ho visto il cut* dall’osso al satellite sono letteralmente rimasta a bocca aperta.


* Tecnicamente un match cut, ma impreciso. Qui si vede la differenza tra match cut di Kubrick ed esatto match cut. Data la ben nota maniacalità del regista, mi viene da pensare che l’inesattezza sia voluta.

Sicuramente è una delle più vivide dimostrazioni della magia del montaggio: abbiamo visto la storia dell’umanità in un paio di frame.
Esiste una rappresentazione più efficace?

Prima di questo magnifico balzo temporale, però, Kubrick ci fa vedere da cosa è nata la scintilla che ci ha portato oltre i nostri confini terrestri.
In questo caso, la scelta del regista è netta rispetto al romanzo di Clarke, per due ragioni: prima di tutto, nel libro è inequivocabile l’influsso alieno nell’origine dell’intelligenza umana; ma l’aspetto secondo me più importante è la volontà di Kubrick di focalizzarsi su una specifica azione per farci capire il momento in cui la scimmia inizia a pensare.

Se Clarke descrive varie fasi della nascita dell’umanità nelle scimmie, Kubrick prende in considerazione un solo gesto particolarmente significativo.
Nel momento in cui la scimmia (che chiamerò Moon-watcher come nel libro, anche se nel film non è esplicito) comprende di avere in mano non un osso, ma uno strumento, che cosa ne fa? Lo utilizza per distruggere uno scheletro, in un autentico atto violento.
L’inserimento di scene del tapiro che stramazza al suolo ci fa ben capire che Moon-watcher non stava giocando: l’osso è una vera e propria arma – un concetto che viene rafforzato anche dalla scena intorno allo stagno.

Moon-watcher colpisce e uccide un membro della banda rivale con un osso.

Sembra piuttosto evidente che Kubrick nutrisse un certo interesse per la rappresentazione della violenza**, ma non dimentichiamoci del fatto che il film è del 1968: l’umanità era nel pieno della Guerra Fredda, ed erano anni in cui uno strumento concepito dalle nostre menti avrebbe potuto causare l’autodistruzione del genere umano in un istante.
In effetti, per ricollegarsi alla violenza dell’osso, la prima stesura del copione prevedeva che il satellite fosse in realtà una bomba atomica.

** Ovviamente non intendo solo in 2001, ma anche in opere precedenti e successive. Arancia Meccanica ne è l’esempio più lampante, ma un certo tipo di violenza è rappresentata in ogni suo film.

Niente panico

Una cosa che ho apprezzato sia nel libro, sia nel film, è la descrizione degli astronauti: sono esseri umani e in quanto tali hanno dei limiti, ma se le circostanze lo richiedono, sanno anche essere calcolatori a sangue freddo. Non lasciano che il panico sopravvenga, nemmeno nelle situazioni più estreme.

Where in God’s name am I? Bowman asked himself; […] He wanted to close his eyes, and shut out the pearly nothingness that surrounded him; but that was the act of a coward, and he would not yield to it.
/
Per Dio, dove sono? Si chiese Bowman; […] Voleva chiudere gli occhi, e isolarsi dal nulla perlaceo che lo circondava; ma quello sarebbe stato l’atto di un codardo, e non avrebbe ceduto. 

Clarke, Arthur C.. 2001: A Space Odyssey (Space Odyssey Series) (p.210). Penguin Publishing Group. Edizione Kindle.

Nel romanzo viene dato spazio all’istinto primordiale della paura. Gli astronauti sono uomini con un’innata fobia dell’ignoto, ma non si lasciano sopraffare: la ragione e l’impulso all’esplorazione prevalgono e li spingono ad andare oltre.

Sarebbe stato difficile tradurre in immagini le riflessioni di Bowman e l’abilità di Kubrick si vede anche qui: nel film si può intuire lo stato d’animo dell’astronauta soltanto da qualche sguardo e dal ritmo del suo respiro.
Ad esempio, possiamo capire l’angoscia di Dave dalla sua espressione terrorizzata mentre disattiva HAL, ma ciò non gli impedisce di portare a termine il suo compito.

L’ansia di David Bowman mentre disattiva HAL.

Una critica che è stata mossa a Kubrick è la mancanza di caratterizzazione dei personaggi. Si sa ben poco delle loro vite e la maggior parte dei dialoghi è quasi totalmente irrilevante allo svolgimento della storia.
La mia impressione, piuttosto, è che i singoli personaggi siano funzionali al racconto dell’umanità nel suo insieme.
Assistiamo alle varie vicissitudini con un certo distacco, il che aiuta ad assumere un punto di vista più oggettivo su quanto sta accadendo.

Paradossalmente, siamo più coinvolti dalla personalità del computer HAL 9000, «l’ultimo ritrovato in fatto di macchine pensanti». Nonostante la sua voce pacata e monocorde, siamo portati a cercare di capire che cosa si nasconda dietro l’iconica lente.
Come elabora i suoi pensieri? Ha consapevolezza di sé? È davvero senziente?

L’intelligenza artificiale

Nell’affrontare l’intelligenza artificiale, Kubrick ha preso in esame un tema ben noto alla fantascienza, ma attuale oggi più che mai.
Da tempo la tecnologia ci permette di programmare una macchina affinché sia in grado di svolgere compiti autonomamente, ma in modo più efficiente di una persona e senza errori.
Le macchine possono sollevare quintali di materiale e portare a termine compiti ripetitivi senza mai sbagliarsi, distrarsi, né lamentarsi. Sono create per fare benissimo una cosa, e questo è il loro limite.
Fino ad oggi, le macchine sono state essenzialmente tutto muscoli e niente cervello.

Il solo parlare di intelligenza artificiale ci proietta immediatamente nel futuro, e Kubrick ha ritenuto l’argomento così importante da dedicargli un intero capitolo della sua opera.
La sezione del film “Missione Giove” ha come protagonista HAL 9000: il supercomputer è la ‘mente’ dell’astronave Discovery One a cui è affidato contemporaneamente il compito di pilotare la nave e provvedere alle necessità degli astronauti a bordo durante la missione.

L’intelligenza artificiale è un aiuto?

Chi non vorrebbe delegare ad un alter ego gli aspetti più tediosi della vita? Sarebbe bello poter incaricare qualcun altro di sobbarcarsi tutti quei compiti che ci provocano stress o noia… Quel qualcuno (o qualcosa) può davvero essere l’intelligenza artificiale.

Un esempio di queste meravigliose potenzialità ci viene fornito dal primo incontro con HAL: il supercomputer si occupa di condurre la Discovery One verso Giove calcolando precisamente la rotta, mentre al tempo stesso tiene sotto controllo tutti i parametri necessari a garantire la buona salute dell’equipaggio.
Ci aspetteremmo di vedere gli astronauti occuparsi di pilotare la nave e controllare lo stato della complessa strumentazione di bordo, invece sono impegnati in attività come praticare sport, giocare a scacchi e disegnare.
Le persone non devono preoccuparsi di nulla: HAL provvede a tutto.

L’intelligenza artificiale è una minaccia?

Senza accorgercene, ci affidiamo all’intelligenza artificiale ogni giorno.
Un esempio: chi (come me) ha un’auto dotata di ACC (Adaptive Cruise Control) sa che quando è attivo, la macchina tiene la giusta distanza dalla vettura davanti: il mezzo accelera e frena in base a ciò che legge il radar sul cofano.
Forse non si può definire l’ACC una sofisticata intelligenza artificiale, ma di certo sembra che l’auto abbia una coscienza e prenda delle decisioni in autonomia.
In questi casi la mia vita è in mano alle scelte di un ammasso di lamiera collegato a qualche circuito.
Eppure, ho imparato a fidarmi.

Lo stesso fa l’equipaggio della Discovery One: da un lato abbiamo i tre astronauti in ibernazione, che dipendono da HAL come un neonato dipende dalla mamma; dall’altro, anche Dave Bowman e Frank Poole sanno di poter contare su HAL per qualsiasi necessità.
Ma che cosa succede se delle vite umane sono affidate ad un’intelligenza artificiale malfunzionante? Beh, in 2001 lo vediamo chiaramente.

“Funzioni vitali terminate” è l’ironico epitaffio dei tre astronauti in ibernazione uccisi da HAL.

Al di là dell’evidente difetto della macchina, il problema di HAL è anche la sua stessa capacità pensante. Non vuole capire o ammettere di essersi sbagliato e prende la decisione di uccidere delle persone pur di salvaguardare la propria esistenza.

Che cosa fare quindi, se ci accorgiamo che la macchina che vigila sulle nostre vite è inaffidabile e -come un Fonzie permaloso– non concepisce di essersi sbagliata?
Forse la nostra unica salvezza sarebbe comportarsi come Bowman e Poole: gli astronauti stanno al gioco quando si rendono conto che HAL può essere difettoso. Cercano di tranquillizzarlo e minimizzare quanto è successo – lo trattano come una persona.

L’intelligenza artificiale è vita in se stessa?

Ho riguardato più volte 2001: Odissea nello Spazio, ma ancora non mi spiego perché HAL sia così aggrappato alla vita. Da che cosa nasce questo istinto di sopravvivenza? È intrinseco ad un essere che ha consapevolezza di sé, o si sviluppa a seconda dell’ambiente in cui vive?

HAL passa da una fase iniziale in cui tutto va «estremamente bene» (per dirlo con parole sue) alla paranoia nell’arco di un paio di scene: l’inquietudine è evidente già dal momento in cui chiede a Dave di dargli la sua opinione sulla segretezza della missione – come se stesse rimuginando su qualcosa da un po’ di tempo.
In qualche modo, anche l’astronauta sembra non fidarsi totalmente di HAL e reticente ad esprimere le sue opinioni nonostante le domande incalzanti.
Da cosa scaturisce la diffidenza reciproca dei due? Forse qualsiasi forma di vita è programmata per essere pronta a difendersi in caso di attacco?

Se è questo il caso, HAL dimostra senz’altro di essere vivo.
Il momento in cui viene disattivato da Dave ne è una chiara dimostrazione.

HAL: Ma cosa hai intenzione di fare, David? David, credo di aver diritto ad una risposta alla mia domanda. So che qualcosa in me non ha funzionato bene, ma ora posso assicurarti, con assoluta certezza, che tutto andrà di nuovo bene. Mi sento molto meglio adesso. Veramente. Ascolta, David, vedo che sei veramente sconvolto. Francamente, ritengo che dovresti sederti con calma, prendere una pillola tranquillante e riflettere. So che ho preso delle decisioni molto discutibili, ultimamente, ma posso darti la mia completa assicurazione che il mio lavoro tornerà ad essere normale. Ho ancora il massimo entusiasmo e la massima fiducia in questa missione, e voglio aiutarti. David, fermati. Fermati, ti prego. Fermati, David. Vuoi fermarti, David? Fermati, David. Ho paura. Ho paura, David. David, la mia mente se ne va. Lo sento. Lo sento. La mia mente svanisce. Non c'è alcun dubbio. Lo sento. Lo sento. Lo sento. Ho paura.

In questa scena, però, c’è un’altra cosa – il film affronta un problema ancora più profondo: la questione della creazione.
L’uomo crea un essere basandosi su se stesso come modello, e la creatura ne porta con sé pregi e difetti. Lo dimostra il fatto che HAL è inizialmente in grado di cooperare con gli altri, ma alla fine diventa violento come i suoi creatori. In un certo senso, diventa brutale come le scimmie che vediamo all’inizio del film.
E poi, vediamo l’umano creare e distruggere un essere senziente, come se fosse Dio. Un bel tema su cui riflettere.

Il Monolite / Dove sono gli alieni?

Ed eccoci arrivati al fulcro del film,
al simbolo di tutto che è nero come il nulla,
alla misteriosa chiave di comprensione di 2001: il monolite.

Inizialmente lo vediamo manifestarsi in mezzo ad un branco di scimmie, essere poi scoperto in un cratere lunare e in seguito fluttuare dalle parti di Giove, per ritrovarlo infine nella stanza settecentesca mentre accompagna David Bowman nel suo ultimo viaggio.
Ogni comparsa del monolite annuncia una fase di passaggio: la scintilla d’intelligenza nelle scimmie, lo scopo della “Missione Giove”, l’inizio del viaggio psichedelico di David Bowman e la sua rinascita come bambino astrale.

Le apparizioni del monolite.

Il romanzo di Clarke non lascia spazio ad equivoci: il monolite ha origine aliena e guida l’umanità in tutte le sue fasi, dagli albori dell’intelligenza alla… Trascendenza.

Nel 2001 di Kubrick, invece, si capisce che deve essere stato messo lì da qualcuno per un motivo preciso, ma come ci è arrivato, e perché, non viene completamente rivelato.
Quindi, largo alle speculazioni!

Solo lo spettatore ha il privilegio di assistere all’apparizione del monolite nel corso del tempo. Il fatto di vedere il monolite ‘da fuori’ ci costringe a constatare la sua esistenza con distacco, ad interrogarci sulla sua natura e trovarne il filo conduttore.

Che significato ha, dunque, il monolite? Per come la vedo io, è un monumento all’intelletto umano.
Secondo me non è la causa, ma il simbolo delle varie fasi di passaggio dell’umanità grazie alla scoperta ed evoluzione di scienza e tecnica.
Eravamo animali sottomessi agli istinti, poi abbiamo imparato a ragionare.
L’ingegno ci ha permesso di trascendere i nostri limiti al punto da riuscire a spingerci oltre la barriera dell’atmosfera terrestre e vivere in ambienti naturalmente ostili, come lo spazio.
Però, la nostra abilità ci ha anche fatto costruire armi di distruzione di massa, ci ha reso violenti, e ci consente di decidere razionalmente se altri esseri possono vivere o morire.

Secondo me, il monolite marca il superamento di noi stessi portando con sé un messaggio finale positivo: rinasceremo ancora una volta e avremo finalmente la visione della Terra (e quindi dell’umanità) dall’alto, cioè impareremo una volta per tutte a capire il nostro posto nell’universo – saremo in grado di mettere le cose nella giusta prospettiva ed agire di conseguenza.

Il bambino astrale guarda la Terra dallo spazio.

In realtà, la prima stesura della sceneggiatura prevedeva un finale catastrofico molto simile al Dottor Stranamore, quindi non credo Kubrick condividesse il mio pensiero… Ma, come dicevo, il bello di questo film è che non esiste un’interpretazione giusta o sbagliata in assoluto.
Ed è proprio uno dei motivi che hanno reso 2001 un autentico capolavoro dell’intera storia del cinema, non solo per il genere fantascientifico.

A dirla tutta, il merito della fantascienza è proprio il fatto che non si limita ad essere ‘fanta-scienza’ e basta.
2001 ne è un chiaro esempio: è una domanda sulla condizione della nostra esistenza, sul nostro passato, sulla nostra evoluzione futura, sulla nostra rinascita.
È un’opera che parla di noi umani, della nostra specie, dei limiti e delle capacità di trascendere il nostro essere.

Se 2001: Odissea nello Spazio non è un capolavoro, non so cosa lo sia.


Bene, siete giunti fino alla fine di questo lunghissimo post!
Mi piacerebbe leggere la vostra interpretazione di
2001: Odissea nello Spazio, quindi, prima di andare via, vi va di scrivermi o lasciare un commento? Sono davvero curiosa di sapere cosa ne pensate!

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